“Il coraggio è la prima delle qualità umane, perché è quella che garantisce
le altre”. (Winston Churchill)
Verrebbe quasi da dire che ci vuole un bel coraggio a definire il coraggio, tanti possono essere gli aspetti in cui esso si esplica, in cui assume multiformi interpretazioni e declinazioni nella vita da quando l’uomo
e la donna sono comparsi su questo pianeta.
A dire “coraggio”, la mente corre subito all’Eroe senza macchia, forte e di gentile aspetto che sul cavallo rampante (qualche rimando alla Ferrari?) si getta, ventre basso, alla carica del Drago sputa fuoco per salvare l’immancabile principessa bionda e, possibilmente, illibata.
Questa stereotipata immagine trova forse un suo fondamento nella radice latina di coraggio, coraticum, aggettivo derivante da cor, cordis cuore.
La radice stessa del coraggio, la sua indole più profonda nascerebbequindi dal cuore, dalla passione, dal sentimento che spinge ad affrontare l’ostacolo, a gettare il cuore oltre l’ostacolo stesso.
Caratteristica del “coraggioso” è quella di sfidare il pericolo e, con la fermezza del suo ardire, non abbattersi di fronte ai rischi e ai dolori fisici, affrontare a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e l’intimidazione.
Un coraggio che spesso viene percepito come “fisico”: mettere a rischio la propria vita. Ma anche coraggio “morale”: il coraggio di sostenere le proprie idee contro il pensare comune, contro la vergogna o lo scandalo.
Il coraggio fisico appartiene forse più all’alba dell’uomo, quando la lotta era per la sopravvivenza quotidiana, contro le forze avverse della natura, la fiera da uccidere per nutrirsi, la difesa del proprio territorio
dove le leggi non erano ancora quelle scritte di una società codificata e civile. Allora il coraggio era dote che permetteva a chi ne era dotato una possibilità in più rispetto a chi ne era privo.
Il coraggio morale si affaccia e si riempie di consapevolezza quando l’uomo da “erectus” diventa “sapiens”, ammesso che, visto come va il mondo dopo quasi quattromila anni, “sapiens” lo sia mai diventato.
Ma appena dietro il coraggio si nasconde la temerarietà che sconfina a sua volta nell’avventatezza.
Quasi si può sostenere che molti esempi del passato che hanno ornato la nostra storia siano più da ascrivere alla temerarietà che al coraggio.
Le vittorie di un grande generale possono essere ricordate come frutto di una buona dose di coraggio, ma la storia, scritta magari dai vinti e non dai vincitori, potrebbe far affiorare quella dose di temerarietà che, aiutata e innaffiata un poco anche dal Caso, dà una mano agli “audentes”, coloro che osano.
Cesare e Bruto, Napoleone e Nelson, Garibaldi e Mazzini: bello sarebbe poter universalmente definire se appartengono alla categoria dei coraggiosi o dei temerari.
Ma come spesso o forse sempre accade, cercare di definire personaggi tanto grandi significa affermare che la vita è in bianco e nero. Invece è, fortunatamente, densa di grigi.
Alcuni, con una certa ragione, hanno sostenuto che il coraggio è virtù “altruistica” e la temerarietà “egoistica”. Il coraggio visto quindi come una forza che nella sua estrinsecazione fa ricadere un vantaggio
anche per gli altri e per la società nel suo insieme, non solo per chi ne è attore. La temerarietà al contrario ha una ricaduta autocentrica che ne gratifica solo l’interprete. E questo ci sembra un punto di vista condivisibile.
Ciò che non ci pare sindacabile è che il Coraggio con la ci maiuscola, per essere veramente tale, non può non essere imbevuto e colmo di Intelligenza. E questo perché ieri come oggi e, soprattutto, domani il Coraggio non è stato, non è e non sarà solo forza, ardimento o cocciutaggine ma è anche percezione della paura, riconoscimento dei limiti, difesa dei valori, dei principi e, forse, anche degli ideali.
Purtroppo il mondo mediatico moderno spesso scambia l’intelligenza per astuzia, che come tutti sanno, ma talvolta non se ne accorgono, è ben altra cosa.
Verrebbe quasi da pensare che il Coraggio sta all’Intelligenza come la temerarietà sta all’astuzia, e i modelli nazionalpopolari che troppo sovente ci vengono proposti confondono, per coloro meno dotati di spirito critico, un “coraggioso-intelligente” con un “astuto-temerario”, che come tale è destinato a riempire la cronaca ma non a entrare nella Storia.
Ecco quindi che l’intelligenza-coraggiosa e il coraggio-intelligente, prefigurata da Giannino Marzotto e dal Premio da lui fortemente voluto, appare nella sua interezza come il riconoscimento a un attore che entra a far parte di una élite. Personaggi che con il loro contributo nei campi più svariati non sono stati né astuti né temerari, ma hanno alzato lo sguardo oltre i confini e grazie alla loro intuizione, fatica, spirito, “intelligenza-coraggiosa” in fondo, sono arrivati a mete e risultati che gratificano l’umanità tutta e non solo loro stessi.
Personaggi con un percorso di vita coerente e non protagonisti di un atto estemporaneo in cui si è colto l’attimo. Quindi uomini la cui storia non è priva di ripensamenti e battaglie perdute, perché dietro
un risultato anche clamoroso, come pure un gesto di grande importanza, c’è nel “coraggioso-intelligente” la consumata ricerca della sua verità e della sua dimensione.
Con le loro opere, certamente realizzate anche grazie ad altre virtù (fantasia, saggezza, costanza, ma non solo), essi hanno consentito all’Uomo di fare un piccolo o un grande passo su quel sentiero stretto
e irto di difficoltà e ostacoli che si chiama Progresso.
Il Progresso della Civiltà si basa sulla storia di “Intelligenza coraggiosa” e non sul Successo effimero assai più celebrato quale solco in cui prospera il Conformismo.
|